Appunti sparsi per il dopo virus: dai momenti di crisi si esce con la collaborazione e non con la competizione

di Maurizio Zandri

edera sulla parete

Possiamo attenderci che dopo la trasformazione del Principe in “bestia” (la crisi), ora la “bestia” si ritrasformi in un Principe innamorato e più bello (l’uscita in avanti dalla crisi)? O succede solo nelle favole?

In questa fase di pandemia, avremmo bisogno di poter progettare un futuro migliore. La possibilità è che l’arrivo di un “alieno”, di un virus, rimescoli le carte e ci dia l’opportunità, se non l’obbligo, di ripartire stando più vicini, uniti, consapevoli, solidali….

Allora mettiamo in fila qualche cambiamento auspicabile, che non può, però, essere solo evocato per magia, ma che richiede il nostro formidabile impegno.

La crescita della partecipazione

C’è disaffezione all’impegno civile, sfiducia nella politica, tendenza a chiudersi in interessi particolari…la sola speranza risiederebbe nell’affidarsi ad un “capo” che possa risolvere i problemi per noi…una “democrazia diretta”, cioè senza mediazioni da parte “della palude dei politicanti”… Ma la democrazia diretta non è rendere più rapido il rapporto masse-capo. Questa è anzi una caratteristica dell’autoritarismo. La democrazia diretta comporta tempi decisionali più lunghi, lavora ad organizzare il consenso, punta al convincimento, il più esteso possibile; a coinvolgere nelle decisioni; a fare in modo che tutti se ne sentano parte, anche se non fossero completamente d’accordo (Graeber, 2007).

Il cambiamento per il quale impegnarsi, allora, è la valorizzazione della pluralità delle rappresentanze, gli innumerevoli passaggi dei processi decisionali di una società complessa. Consolidare in forme di associazionismo, in partiti, sindacati, la ricchezza di interessi della società è un formidabile antidoto contro il cortocircuito popolo-leader, mediato dai mezzi tradizionali di comunicazione di massa.

La riduzione delle diseguaglianze

“Negli ultimi 10 anni di crisi finanziaria, il numero dei miliardari nel mondo è raddoppiato” ci avverte il Rapporto di una ONG internazionale, OXFAM. “Durante il 2018 le 26 persone più ricche del Pianeta possedevano lo stesso reddito dei 3,8 miliardi di persone più povere dell’umanità…l’1% delle fortune del proprietario di Amazon equivale all’intero budget per la sanità in Etiopia, un Paese con 105 milioni di abitanti” (Oxfam Report, 2019). Se è vero che ci sono oggi meno poveri assoluti (quelli con 1,90 dollari al giorno a disposizione) rispetto a 10 anni fa (World Bank 2019), quella che è aumentata è la povertà relativa. La forbice si è aperta. Il contrasto crea crisi, opposizioni, conflitto…anche violento.

Dovremmo allora puntare al riequilibrio dei processi di sviluppo, alla difficile ma ineludibile riapertura dei “vasi comunicanti” del benessere tra aree del Pianeta. In particolare, l’intervento a favore del rafforzamento dei Servizi pubblici e della protezione sociale riduce povertà ed ineguaglianza. I dati di 150 Paesi riferiti agli ultimi 30 anni mostrano che gli investimenti nel sistema sanitario, educazione e protezione sociale riescono a ridurre considerevolmente il gap tra ricchi e poveri.

Una ricerca recente in 13 Paesi in via di sviluppo sottolinea come per il 70% dei casi la riduzione degli indici di diseguaglianza sia stato ottenuto grazie alla spesa per educazione e salute. Dovremmo pensarci, bene, anche in Italia.

La scelta delle nostre identità plurali

In ogni processo identitario c’è sempre un momento in cui si rischia lo scivolamento dal naturale sentimento di condivisione, vicinanza, comunanza di interessi, senso di comunità, spesso (se non sempre) essenziali per il nostro equilibrio sociale e psicologico, verso un percorso di diversità, poi ostilità, poi rifiuto del diverso e infine di aggressività, violenza, anche estrema. Come contrastare la deriva del nazionalismo, la lettura xenofoba delle relazioni tra continenti, il moltiplicarsi dei muri?

Intanto, essendo convinti che dai momenti di crisi si esce con la collaborazione e non con la competizione. Convincendoci che noi non abbiamo “identità esclusive”; dobbiamo azzittire chi vuole imporcele. Lo “scontro di civiltà” non solo non è ineluttabile ma allude ad appartenenze “bloccate”, quando l’evidenza conduce alla presenza di identità plurali, numerose per ognuno di noi (A. Sen, 2007). Apparteniamo a più gruppi, possiamo muoverci tra di essi, accentuarne volta per volta l’importanza. L’identità non è un marchio indelebile.

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