Campus 4.0

di Pasquale Russo

studentessa studia al computer

Sono convinto che ci troviamo in un punto di flesso della formazione superiore universitaria, una situazione per cui come in un punto di flesso matematico non è più possibile alcuna estrapolazione, cioè non è possibile conoscere cosa diventerà il sistema universitario nel mondo ed in Italia partendo dalle informazioni che abbiamo.

Ricordo che per insegnarmi a nuotare, mio fratello maggiore mi gettò in acqua dalla barca, la scelta era imparare a nuotare o affogare, così le Università in Italia e in tutto il mondo sono state gettate da un giorno all’altro nel mare della Rete costrette per non chiudere ad usare tutte le tecnologie possibili per fare le lezioni, per svolgere gli esami (scritti ed orali) per tenere sedute di laurea ed ogni altra attività convegnistica, seminariale e di assistenza.

Il passaggio dalla lezione in aula, alla video-presenza nella Rete ci ha fatto scoprire grandi capacità in una parte dei professori, a grandi ingenuità in altri, ma in tutti una forte determinazione e volontà di apprendere e sono sicuro che questo tuffo dalla barca ha trasformato la vita di tutti noi funzionari e docenti rendendoci più ricchi di strumenti per insegnare anche dopo che ritorneremo tutti al Campus.

Insegnare vedendo una matrice di immagini ad un metro dagli occhi è molto diverso che stare dietro una cattedra e vedere le persone fisiche. E’ molto diverso fare un esame attivando tutte le proprie percezioni per comprendere se lo studente al di là dello schermo è preparato oppure se sta facendo il furbo e legge le risposte da un altro schermo o da un libro.

L’esperienza di insegnamento e l’esperienza di verifica, per sopravvivere, hanno dovuto creare una realtà aumentata di loro stesse.

In un sondaggio effettuato su 14.000 studenti negli Stati Uniti dal sito Web www.niche.com sito che valuta i colleges e le università, il 67% ha dichiarato di non aver trovato le lezioni online efficaci come quelle in presenza. Anche soltanto il 10% dei diplomandi delle high school degli USA ha preso in considerazione le lezioni universitarie online.

Risultati come questi suggeriscono che c’è poca probabilità che gli studenti abbandonino in massa i loro campus del mondo reale per il cyberspazio. La bellezza di un’educazione residenziale non è mai stata così evidente per gli studenti e per i professori, perché non vengono più date per scontate le lezioni faccia a faccia, le iperboli intellettuali di taluni studenti, la biblioteca, l’interazione sociale con i compagni.

In un sito Instagram realizzato dai nostri studenti denominato poivorrei.linkcampus si leggono decine e decine di messaggi dell’assenza tipo “#poivorrei: amò mi tieni il posto?” o ancora “#poivorrei: scambiare la sala delle stelle per il confessionale del Grande Fratello” o ancora: “#poivorrei laurearmi in sede davanti ai professori ai parenti e agli amici” infine “#poivorrei rivedere Claudia e Flavia”.
Anche i nostri studenti del DAMS (le arti dello spettacolo) sono ovviamente disperati, per loro neanche il fantasmagorico 5G potrà mai sostituire il laboratorio che è soprattutto ricerca della loro identità di attrici e attori o autori o registi.

Ma l’obiettivo dichiarato da ogni università è quello di rendere unica l’esperienza dei propri studenti, sia essendo efficaci nel proporre le conoscenze creando un ambiente olistico affinché gli studenti le apprendano, sia per il contesto relazionale fra tutti i membri della comunità accademica che diventa formativo per i soft skill e li prepari alla vita.

Abbiamo sperimentato e ancora per qualche mese saremo costretti a farlo che le due caratteristiche spazio e tempo danno all’insegnamento quattro possibilità come nell’immagine sotto riportata. Viene da chiedersi perché non usarle tutte con studenti molto più abituati dei noi nella gestione degli strumenti di rete?

grafico

Credo che le università dovrebbero considerare questo periodo un esperimento e renderlo un esperimento scientifico, andando a misurare e valutare quali lezioni siano state fruite in modo più efficace con la video-presenza, quali siano le attività che meglio hanno funzionato, approfondendone tutte le possibilità, perché da questa analisi si possono porre le basi per riprogettare l’istruzione universitaria e per ridare dignità alla didattica in presenza rendendola il luogo e il tempo dell’apprendimento più efficace ed il luogo ed il tempo dell’esperienza, incorporando gli strumenti di rete per attività di sostegno e di integrazione. Non bisogna intendere ciò in termini rivoluzionari, piuttosto evolutivi.

Maturana e Varela nel loro libro “Biologia della conoscenza – 1987” scrivevano: “Tuttavia la conoscenza come esperienza è qualcosa di personale e di privato che non può essere trasferita, e ciò che si crede sia trasferibile, cioè la conoscenza oggettiva, deve sempre essere creata dall’ascoltatore: l’ascoltatore capisce, e la conoscenza oggettiva sembra trasferita solo se egli è preparato a capire”.

E’ quindi per me chiaro che è il contesto di apprendimento che fa apprendere è per i nostri giovani anche la rete.

Non voglio affatto dire che lo studio su rete sia sostitutivo di quella ‘faccia a faccia’, sarebbe una dichiarazione priva di senso, lo studio tramite e con la rete completa, potenzia ed economizza lo studio tradizionale. Le lezioni frontali sono centrali nell’organizzazione della didattica universitaria, ma può cambiare il loro peso temporale relativo (che diminuisce) e la loro efficacia (che aumenta). Si può dire che, in generale, le tecnologie cooperative di rete generino una “realtà aumentata” anziché una “virtualizzazione della realtà”.

L’istruzione universitaria online è poca accettata dai diciottenni, ma dopo la laurea e la laurea magistrale ed un master e uno stage di lavoro lo studente sarà ventottennne e magari vorrà aggiornarsi, prendere un’altra laurea ed allora perché non trova la sua università?

Inoltre qualche miliardo di persone all’anno fanno corsi online usando i loro device mobili, non sarebbero anche loro desiderosi e degni di una formazione che viene da una università? E perché non da una università italiana?

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