Coronarivus. In morte di una pandemia

di Marco Emanuele

cigno nero

La storia è ciclica, ritorna. Beati noi, ironicamente, che ancora pensiamo che abbia una fine. Non siamo arrivati alla fine del mondo ma siamo nel pieno di un mondo in rivolgimento, questo sì.
La pandemia di turno è una occasione per (ri)svegliarci a ciò che siamo. Come non l’abbiamo fatto in occasione della crisi del 2007/2008, e di altre (sanitarie e non) che l’hanno preceduta e seguita, oggi ragioniamo del bisogno di farlo.

Questa pandemia passerà, ce lo dicono gli uomini di scienza. Dobbiamo averne (co)scienza e consapevolezza.

Incertezza e improbabilità

Aumenta la popolazione dei “cigni neri”. Taleb così scriveva nel 2014 (Il cigno nero. Come l’improbabile governa le nostre vite, p. 15): “Noi non impariamo spontaneamente il fatto che non impariamo ciò che non impariamo. Il problema sta nella struttura della nostra mente: non apprendiamo regole ma fatti, solo fatti. Pare che non siamo molto bravi a recepire le metaregole (come la regola per cui abbiamo la tendenza a non apprendere le regole). Disprezziamo appassionatamente ciò che è astratto”.

Di fronte all’incertezza e all’improbabile dobbiamo (ri)abituarci a ragionare in chiave preventiva, lavorando sul fatto che l’importante non è solo affrontare l’evidente ma anche, e soprattutto, pensare l’emergente. Pensiero d’intelligence, anche solo critico e profondo: è ciò che manca. Siamo disabituati alla complessità.

Se oggi ci sembra assurdo pensare alla prossima pandemia significa che ci collochiamo, per l’ennesima volta, fuori dalla ricorsività della storia. L’università è il luogo del pensiero astratto, della costruzione di un futuro, di futuri e di contro-futuri già presenti.

Nuove alleanze

Prevenire non significa evitare l’incerto e l’improbabile ma averne consapevolezza. E gli scenari si costruiscono insieme. Nuove alleanze s’impongono. Nessuno può farcela da solo: né la scienza, né la cultura, né la politica, né l’amministrazione. Ma tutte insieme sì: e, non a caso, sono tutte parole al femminile. Perché il mondo che sa di dover prevenire, e noi in esso, deve cogliere la poesia (femminile) oltraggiata nella prosa (maschile) dominante.

Nuove narrazioni, dunque, per nuove decisioni. Ed è tutto un problema di mediazioni. Il mondo che abbiamo costruito, e che oggi mostra il suo (prevenibile) rivolgimento, è un accumulo di certezze ordinatrici. Dopo decenni di euforia ci ritroviamo a cantare sconfitta sopra un cumulo di macerie.

Se dalla globalizzazione non possiamo tornare indietro, o uscire, è solo in dialoghi dialogali, espressione storica di un’alleanza nel pensiero astratto (preventivo), che possiamo trovare la via. È il tempo delle lettere minuscole perché sarà l’accordo sul “dopo”, da qualunque prima si “venga”, a fare la storia. Serve uno sguardo e un approccio umile e relativizzato (in minuscolo).

Anziché dividerci

Si guardi al dolore d’interi popoli e, con un pizzico di utopia come stimolo all’azione, si comprenda che dividersi – e questo è certo – non può che portarci al disastro. Perché ne verrebbero, come è sempre avvenuto (ricordate la ricorsività della storia ?), assolutizzazioni disciplinari, statuali, culturali, religiose, scientifiche, tecnologico-tecnocratiche e così via.

Anziché dividerci, in conclusione, si impari la lezione che ci viene dall’aver rinunciato a immaginare. E’ proprio dall’immaginare, invece, che può venire un pensiero pertinente, il solo che ci porti fuori dall’eterna transizione in un presente imminente, senza vita. Pandemie comprese e a parte.

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