Post-Coronavirus. Preoccupiamoci della tenuta del mondo

di Marco Emanuele

globe model

Partiamo da qui. L’Organizzazione internazionale del lavoro lancia un allarme da condividere. The continued sharp decline in working hours globally due to the COVID-19 outbreak means that 1.6 billion workers in the informal economy – that is nearly half of the global workforce – stand in immediate danger of having their livelihoods destroyed.

Due dati balzano all’occhio.

Il primo riguarda il fatto che metà della forza lavoro globale appartiene all’economia informale. Il secondo dato è che è in gioco il sostentamento basico di una parte determinante dell’umanità.

Ripensare il lavoro nel ripensare la globalizzazione

Edgar Morin, ben prima dell’esplosione di questo coronavirus, ci ha ricordato che il problema di fondo nel mondo che viviamo è che la maggioranza dell’umanità non ha accesso all’umanità.

In positivo, il nostro lavoro di proposta nel dopo pandemia deve muovere da un’emergenza globale che ci pone nell’urgenza di ripensare il modello di globalizzazione finanziarizzata. E’ questo modello, infatti, che dichiara in modo evidente il suo fallimento.

Il dato di ILO va considerato in termini di visione. Ci sono alcuni elementi da porre e da sviluppare:

  • il capitalismo liberale, per come lo abbiamo conosciuto dalla caduta del muro di Berlino a oggi (con tutte le sue metamorfosi), non è stato in grado di dare al mondo un assetto stabile. Il primo problema è la garanzia delle condizioni vitali;
  • il sistema dell’educazione e della formazione, salvo lodevoli eccezioni, non ha colto il cambio di era nei programmi didattici e di ricerca e non ha lavorato a formare classi dirigenti in grado di comprendere e di governare i cambiamenti complessi che percorrono il mondo. Il secondo problema è l’acquisizione di conoscenze e competenze pertinenti;
  • Stato, mercato e scienza non dialogano. Monadi spesso separate, non hanno un terreno comune per maturare visioni il più possibile condivise del mondo che diviene. Il piano della condivisione non può che essere politico, qui inteso nel senso di progettuale. Il terzo problema è l’erosione dell’autonomia del Politico come talento del (ri)legare.

In questi elementi, oltre a ritrovare una strategia necessaria, vive il dramma d’interi popoli – che sono famiglie e comunità umane, non numeri – che non hanno “dignità storica”. Non può che avvenire un ripensamento complessivo.

Ed entra la pandemia …

Non diamo tutta la colpa al virus. C’è, infatti, il lavoro che in questi trent’anni non è stato fatto. I tessuti economici dei diversi Paesi sono stati abbandonati nel grande mare di una competizione disequilibrata (e a farne le spese sono le aziende piccole e medie); le politiche pubbliche sono state accantonate come retaggi del passato e, particolarmente in Europa, scelte ordoliberali hanno contribuito a peggiorare condizioni sociali già precarie; le diseguaglianze (fin nell’accesso alla salute) e il disagio, nell’erosione della classe media, hanno aperto varchi preoccupanti in termini di coesione sociale dei sistemi democratici.

La pandemia ci mostra i danni ai muri portanti del nostro sistema-mondo. Per lavorarci, però, non basta più urlare al vento, non valgono atteggiamenti sterilmente antagonistici. Le tecnologie possono darci una mano, accompagnare e sostenere un progetto (davvero) globale che metta al centro la libertà di popolazioni che possano scegliere la vita e che non siano costrette, come accade a ben 1,6 miliardi di esseri umani, a rimanere nell’informalità di un destino precario.

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